Dan Simmons - Vulcano

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DAN SIMMONS
VULCANO
(Fires Of Eden, 1994)
a Robert Bloch:
ci ha insegnato che l'orrore
è solo un curioso ingrediente
nella più vasta celebrazione
di vita, amore, riso
1
E Pele e! La Via Lattea gira.
E Pele e! La notte cambia.
E Pele e! Il rosso bagliore è sull'isola.
E Pele e! L'alba rossa spunta.
E Pele e! La luce del sole getta ombre.
E Pele e! Il brontolio è nel tuo cratere.
E Pele e! Lo uhi-uha è nel tuo cratere.
E Pele e! Svègliati, sorgi, ritorna.
Hulihia ke au ("La corrente cambia")
Dapprima solo il vento urla.
Il vento di ponente ha soffiato senza impedimenti sopra seimila chilome-
tri d'oceano deserto, incontrando solo onde incappucciate di bianco e di
tanto in tanto un gabbiano sperduto, per poi colpire i neri dirupi di lava e i
tondeggianti massi, simili a orridi doccioni, che fiancheggiano la semide-
serta costa di sudovest dell'Isola Grande, nelle Hawaii. Raggiunto questo
ostacolo, ora il vento urla e ulula fra rocce nere e il suo frastuono quasi
soffoca il continuo schiantarsi dei frangenti contro le scogliere e lo stormi-
re di fronde nell'artificiale oasi di palme dentro il guazzabuglio di lava ne-
ra.
In queste isole ci sono due tipi di lava, ben descritti dal loro nome ha-
waiano: la pahoehoe è in genere lava più vecchia, sempre levigata, indurita
in lisce ondulazioni parallele o a treccia; la a'a è lava nuova, frastagliata,
tagliente come filo di coltello, sagomata in torri grottesche e in figure che
paiono cadute da una cattedrale gotica. Lungo questo tratto di costa del
South Kona, la lava pahoehoe corre in grandi fiumane grigie dai vulcani al
mare; ma sono le scogliere marine e i vasti campi di a'a a proteggere i cen-
tocinquanta chilometri di costa: file su file d'immobili guerrieri di pietra
nera dai bordi affilati.
E ora il vento urla fra questi labirinti di pietra tagliente, sibila fra gli in-
terstizi nelle colonne di a'a e ulula attraverso le fenditure di antichi sfiata-
toi di gas e lungo la gola dei condotti di lava vuoti. Mentre il vento si alza,
cala la notte. Il crepuscolo è sceso strisciando dai campi costieri di a'a fin
sulla cima del Mauna Loa, quattromila metri sul livello del mare. Gran
parte del grande scudo vulcanico si erge come una macchia nera che can-
cella il cielo a nord e a ovest. A cinquanta chilometri di distanza, sopra
l'ampia caldera sempre più buia, basse nubi di cenere vulcanica luccicano
di riflessi arancione dovuti a eruzioni fuori vista.
— E allora, Marty? Accetti la penalità?
I tre uomini sono sagome appena visibili nella luce morente e la loro vo-
ce quasi si perde nell'urlo del vento. Il campo da golf disegnato da Robert
Trent Jones Jr. è uno stretto, sinuoso percorso di fairway erbosi e di green
lisci come tappeti, che serpeggia per chilometri fra la lava a'a, nera e acci-
dentata. Le poche palme lungo i fairway si agitano e frusciano nel vento. I
tre sono i soli giocatori sul campo da golf. Ormai è buio e le luci del com-
plesso turistico Mauna Pele paiono molto distanti dal quindicesimo fair-
way, dove i tre si sono raggruppati in modo che vento e frangenti non sof-
fochino le parole. Ognuno dei tre ha guidato il proprio golf cart: anche i tre
veicoli sembrano addossati l'uno all'altro per resistere al vento.
— Ti dico che è in quelle maledette rocce — ripete Tommy Petressio. Il
bagliore arancione del vulcano gli arrossa le braccia nude e il viso abbron-
zato. Petressio, di bassa statura e dai lineamenti affilati, indossa una sgar-
giante tenuta da golf, a quadri gialli e rossi. Tiene calato sugli occhi il ber-
retto e ma stica un grosso sigaro spento.
— Non è nelle maledette rocce — dice Marty DeVries. Si liscia le ma-
scelle, con un raspare d'anelli sulla pelle non rasata.
— Be', non è di sicuro nell'erba! — si lamenta Nick Agajanian. Indossa
un camiciotto verde chiaro, teso sul ventre massiccio, e larghi calzoncini a
quadri che gli arrivano a quindici centimetri dalle ginocchia pallide e ossu-
te. Porta anche lunghi calzini neri. — Cazzo, la vedremmo, se fosse nel-
l'erba! — soggiunge. — Qui non ci sono arbusti, solo erba del cazzo e roc-
ce del cazzo che sembrano merde di pecora pietrificate.
— Dove hai mai visto merde di pecora? — ribatte Tommy, girandosi e
appoggiandosi al driver di legno.
— Ho visto un mucchio di cose di cui di solito non parlo — replica la-
mentosamente Nick.
— Già, da ragazzo avrai pestato la merda mentre cercavi di fotterti la pe-
cora — ribatte Tommy. Con la mano a coppa ripara il fiammifero e cerca
per la quinta volta di accendersi il sigaro. Il vento spegne in un attimo il
fiammifero. — Merda.
— Chiudete il cesso, voi due — dice Marty DeVries. — Cercate la mia
pallina.
— La pallina è fra le merde di pecora — replica Tommy, senza togliersi
di bocca il sigaro — e la stronzissima idea di venire in questo posto del
cazzo è stata tua.
I tre hanno passato da poco i cinquanta, sono direttori delle vendite di
concessionarie d'auto nella zona di Newark e da anni vanno insieme in fe-
rie a giocare a golf, a volte in compagnia delle rispettive mogli, a volte del-
le amichette del momento, più spesso da soli.
— Già, hai scelto proprio un bel posto! — si lamenta Nick. — Tutte
quelle stanze vuote e quel cazzo di vulcano e tutto il resto.
Marty si avventura al limitare dell'interminabile campo di a'a e con la
mazza n. 5 di ferro fruga tra le alte rocce. — Che cazzo vuol dire perché
siamo venuti qui? — replica, irritato. — Questo è il complesso turistico
più moderno di Hawaii, cazzo. La grossa enchilada di Trumbo...
— Sì — ride Tommy. — Guarda quanto gli è servita, a Big T.
— Che cazzo c'entra — replica Marty DeVries. — Aiutatemi a trovare
la pallina. — Passa fra due macigni di a'a che paiono due Volkswagen a
ruote all'aria. In quel punto il terreno è quasi tutta sabbia.
— Ah, no — dice Nick. — Ti prendi la penalità e basta, Marty. Adesso
è proprio buio. Non ci vedo a un metro dal naso. — Grida le ultime parole
per superare il rumore del vento e dei frangenti, mentre Marty si addentra
nel labirinto di rocce. Il quindicesimo fairway corre lungo le scogliere a
sud dell'oasi di palme che è la parte principale del complesso turistico; alte
onde si schiantano a una decina di metri dal punto dove si trovano i tre.
— Ehi, qui c'è una specie di sentiero che scende verso l'acqua — grida
Marty DeVries. — Mi pare di vedere la... no, merda, solo una penna di
gabbiano o chissà cosa.
— Vieni via da lì e prenditi la penalità, cazzo — urla Tommy. — Nick e
io là non ci veniamo. Quelle rocce sono taglienti come rasoi.
— Ha ragione — grida Nick Agajanian verso il guazzabuglio di scorie
nere. Ormai perfino il berretto giallo di Marty è fuori vista.
— Il merdoso non ci sente — dice Tommy.
— Il merdoso ci lascerà qui da soli a cercare la strada — si lamenta
Nick. Il vento gli strappa il berretto e lui corre sul fairway per riprenderlo;
alla fine riesce a bloccarlo quando il berretto va a sbattere contro un golf
cart.
Tommy Petressio fa una smorfia. — Non ci si può perdere in un cazzo
di campo da golf!
Nick torna, tenendo stretti il berretto e una mazza n. 6 di ferro. — Certo
che ci si può perdere in quella... — Col manico della mazza indica il cam-
po di a'a e i rumorosi frangenti. — In quella pietraia di merde di pecora.
Tommy cerca di nuovo di accendersi il sigaro. Il vento gli spegne il
fiammifero. — Merda.
— Là io non ci vado — dice Nick. — Cazzo, come minimo mi ci rompo
una gamba.
— Magari ti morsica un serpente.
Nick arretra di un passo dal mucchio di ceneri nerastre. — Nelle Hawaii
non ci sono serpenti. Ci sono?
Tommy allarga le braccia. — Solo quei boa lunghi così. E i cobra... mi-
gliaia di cobra.
— Stronzate. — Ma il tono di Nick è dubbioso.
— Oggi non hai visto tra i fiori quegli animali che parevano donnole?
Quelli che Marty ha chiamato manguste.
— E allora? — Nick si guarda indietro, da sopra la spalla. L'ultimo chia-
rore del crepuscolo ha lasciato posto alla notte e si vedono le stelle, lonta-
no, sull'oceano. Le luci del Mauna Pele sembrano lontanissime. Verso sud,
lungo la costa, non c'è nemmeno un riflesso luminoso. A nordovest il ba-
gliore del vulcano è offuscato. — Allora?
— Sai cosa mangiano le manguste?
— More e merde?
Tommy scuote la testa. — Serpenti. Cobra, soprattutto.
— Cazzo, alziamo i tacchi — dice Nick. Poi si blocca. — Aspetta un
minuto. Mi pare d'avere visto qualcosa in TV. Quelle donnole...
— Manguste.
— Come cazzo si chiamano. Quelle manguste stanno in India. All'ango-
lo delle vie i turisti pagano per guardarle mangiare i cobra o cose del gene-
re.
Tommy annuisce con aria saggia. — Qui il problema dei serpenti è co
serio che Trumbo e gli altri impresari hanno dovuto importare manguste a
vagonate. Altrimenti quando ti svegli ti trovi con un boa intorno alle cavi-
glie e un cobra che ti azzanna l'uccello.
— Dici solo stronzate — replica Nick, ma intanto ha mosso un passo
verso il suo golf cart.
Tommy scuote la testa e s'infila il sigaro nel taschino della camicia. —
Una vera idiozia. Troppo buio per finire la partita. Se andavamo a Miami
come al solito, avevamo un campo illuminato per tutta la notte. Invece
siamo qui, in mezzo a... — Con un gesto d'esasperazione indica i campi di
lava e il nero arco del vulcano in lontananza.
— In mezzo a una merdosa popolazione di serpenti — termina Nick, se-
dendosi sul golf cart e rimettendo nella sacca la mazza n. 6. — Lasciamo
perdere tutto, torniamo in albergo e cerchiamo un bar.
— E subito, anche — conviene Tommy, dirigendosi al proprio golf cart.
— Se domani Marty non è ancora tornato, vedremo se è il caso di dirlo a
qualcuno.
Proprio in quel momento cominciano le urla.
Marty DeVries aveva seguito quello che pareva un sentiero fra i massi di
a'a, una tortuosa striscia di sabbia e d'erba stenta fra i mucchi di scorie ne-
re. Era sicuro che la pallina fosse finita da quella parte: se solo l'avesse
trovata sulla sabbia, avrebbe potuto rimandarla sul fairway e salvare un
poco la faccia in quella partita del cazzo. Diavolo, anche se non fosse stata
sulla sabbia, avrebbe potuto mettercela e tirare il colpo. Anzi, non doveva
neppure tirarla con la mazza, solo lanciarla a mano... Nick e Tommy erano
troppo cacasotto per seguirlo, avrebbero solo visto una pallina tirata alla
perfezione uscire dalla merda di lava e cadere sul fairway, pronta per un
facile colpo fino al green. Aveva avuto un bel braccio, quando lanciava per
la Legion a Newark.
Diavolo, a pensarci bene non doveva nemmeno trovare la maledetta pal-
lina. Tolse di tasca una Wilson professionale, dello stesso numero che usa-
vano in quel momento. Poi si girò per lanciarla nel campo da golf.
Da quale parte era, il cazzo di campo?
I mucchi di cenere e di massi ammonticchiati gli avevano fatto perdere
l'orientamento. Poteva vedere le stelle. Il "sentiero" adesso non era molto
chiaro... c'erano piste di sabbia in tutte le direzioni. Quel posto era un vero
maledetto labirinto.
— Ehi! — gridò Marty. Appena avesse udito la voce di Tommy o di
Nick, avrebbe lanciato la pallina in quella direzione.
Nessuno rispose.
— Ehi, piantatela di rompere il cazzo, sacchi di merda.
Si rese conto di trovarsi più vicino alla scogliera, in quel punto: il frago-
re dei frangenti era più intenso. Probabilmente quei due idioti non lo senti-
vano a causa di quel cesso di vento e di quei cessi di onde che si frangeva-
no su quei cessi di rocce. Rimpianse di non essere andato a Miami come al
solito.
— Ehi! — gridò ancora, con voce che parve debole alle sue stesse orec-
chie. I mucchi di cenere vetrificata si alzavano per tre metri o più; la pomi-
ce nerastra era illuminata dal maledetto bagliore arancione del vulcano.
L'impiegata dell'agenzia turistica aveva parlato del vulcano attivo, ma ave-
va detto che si trovava molto lontano verso il lato sud dell'isola e che non
c'era il minimo rischio. Aveva detto che la gente andava in massa all'Isola
Grande proprio per la piccola eruzione... la gente compariva a branchi, o-
gni volta che il vulcano presentava la minima attività. Aveva detto che i
vulcani di Hawaii non facevano mai male a nessuno, erano solo graziosi
spettacoli pirotecnici.
"Allora come mai il maledetto Mauna Pele di Trumbo è così vuoto?" In-
dirizzò il pensiero all'impiegata dell'agenzia turistica. Si augurò d'averglie-
lo trasmesso.
— Ehi! — gridò ancora.
Udì un rumore alla sua sinistra. Dalla parte della scogliera. Pareva un
gemito.
— Era ora, brutti stronzi — borbottò. Uno dei due buffoni, forse anche
l'altro, era sceso a cercarlo fra le merde di pecora e si era fatto male. Forse
si era storto la caviglia o rotto la gamba. Marty si augurò che fosse toccato
a Nick: preferiva giocare con Tommy; sarebbe stato un supplizio, passare
il resto delle ferie ad aspettare che Nick togliesse ogni volta la pallina dalle
trappole di sabbia.
Il gemito si ripeté, così fioco da riuscire percettibile tra il rumore dei
frangenti e del vento.
— Arrivo! — gridò Marty. Procedette con grande cautela sul terreno in
leggera pendenza fra i cumuli di lava. Rimise in tasca la pallina e usò la
mazza n. 5 come una sorta di bastone da passeggio.
Impiegò più tempo di quanto non avrebbe creduto. Quello dei due idioti
che era venuto lì a infortunarsi, si era perduto davvero. Marty si augurò di
non doverlo portare di peso fuori da quel merdaio.
Udì ancora il gemito, che terminò in una sorta di sospiro sibilante.
"E se non è Nick e neanche Tommy?" pensò all'improvviso. Non gli
piacque proprio, l'idea di trasportare fuori da quella pietraia un povero i-
diota che nemmeno conosceva: era venuto in quella stronzissima isola per
giocare a golf, non per fare il buon samaritano. Se si trattava di uno stron-
zo del posto, gli avrebbe detto di stare calmo e sarebbe tornato al bar del-
l'albergo. Quel cesso d'impianto era quasi vuoto, ma ci sarebbe stato un
addetto al recupero degli stronzi feriti.
Il gemito sibilante si ripeté.
— Eccomi, eccomi — brontolò Marty. Ora sentiva nell'aria gli spruzzi
dei frangenti. La scogliera era lì, da qualche parte; una scogliera bassa, non
più di tre metri sul livello del mare. Meglio fare attenzione. Si vedevano le
stelle. Per rovinare del tutto le ferie ci mancava solo di cadere a capofitto
da una scogliera nello stronzissimo oceano Pacifico.
— Arrivo! — ansimò Marty, mentre il gemito si ripeteva. Proveniva da
dietro quel cumulo di roccia nera.
Marty sbucò in uno spazio aperto fra le rocce di a'a e si fermò sulla sab-
bia. C'era proprio un corpo disteso per terra. Non era Nick, né Tommy. Ed
era un cadavere, non un essere vivente. Marty aveva già visto dei cadaveri:
quello là era morto. Chiunque avesse emesso i gemiti, non era certo quel
povero stronzo.
Il cadavere era seminudo, aveva solo intorno ai fianchi un pezzo di stof-
fa bagnata. Marty si avvicinò e vide che si trattava di un uomo: basso, tar-
chiato, con i muscoli del polpaccio ben delineati, come quelli di un podista
o di un atleta. Pareva che fosse lì da un po' di tempo: la pelle, bianca e
gommosa, quasi si squamava per la decomposizione; le dita parevano larve
biancastre che da un momento all'altro si sarebbero contorte per infilarsi di
nuovo nella sabbia. Un paio d'altri particolari indicava che a gemere non
era stato di sicuro quel poveraccio: nei lunghi capelli erano aggrovigliate
alghe marine; le palpebre erano aperte, un occhio rifletteva come vetro la
luce delle stelle, l'altro mancava del tutto; dalla bocca strisciava fuori un
granchietto o chissà cosa.
Marty soffocò un conato di vomito e si avvicinò di un passo, tenendo da-
vanti a sé la mazza n. 5. Ora sentiva il puzzo, una nauseante e dolciastra
mistura di salmastro e di putredine. Di sicuro erano state le onde a spinger-
lo fin lì, perché il cadavere giaceva su bassi e aguzzi spuntoni di lava, si-
mili a stalattiti o stalagmiti o come diavolo si chiamavano.
Con la punta della mazza Marty toccò il cadavere, che si spostò un poco
avanti e indietro, pesantemente, sciaguattando come se fosse pieno d'acqua
di mare.
— Cristo! — mormorò Marty. Il cadavere era una sorta di nanerottolo
gobbo. A meno che non gli avessero rotto e piegato la spina dorsale sbat-
tendolo dopo la morte contro le rocce, in vita il poveraccio aveva avuto
una gobba degna di Quasimodo.
E su quella gobba c'era una sorta di stravagante tatuaggio.
Marty si sporse a guardare, puntellandosi sulla mazza, cercando di non
sentire il puzzo per non vomitare.
Sulla gobba c'era un pazzesco tatuaggio, certo: la figura di una bocca di
pescecane, che si estendeva sull'ampia prominenza fra le scapole e scom-
pariva sotto le braccia. Era davvero bizzarra, quasi tridimensionale: chi a-
veva eseguito il tatuaggio aveva usato inchiostro nero per il contorno delle
fauci spalancate e inchiostro bianco per i denti.
"Un indigeno" pensò Marty. Sarebbe tornato in albergo, con Nick e
Tommy; avrebbe bevuto un paio di scotch e avrebbe detto al personale che
un indigeno era caduto dalla sua canoa a bilanciere o che diavolo usavano.
Avrebbe detto che non c'era fretta, che quel poveraccio non sarebbe più
andato da nessuna parte.
Si rialzò e con la mazza metallica n. 5 toccò la gobba, proprio sul nero
della bocca.
La punta della mazza scivolò in una cavità.
— Merda! — disse Marty, ritirando di scatto la mazza. Non abbastanza
rapidamente: le fauci di squalo si chiusero sulla mazza metallica. Marty
udì lo schiocco di denti affilati su acciaio al carbonio.
Commise l'errore di sprecare istanti preziosi per tirare via la mazza (era
un regalo di Shirley, la sua attuale amichetta) ma poi si rese conto di che
cosa stava facendo, capì che avrebbe perduto quel tiro alla fune, lasciò an-
dare il manico della n.5 metallica come se fosse stato un attizzatoio roven-
te e si girò per scappare.
Dopo neppure tre passi si bloccò, accorgendosi di un movimento fra le
rocce. — Tommy? — chiamò con un filo di voce. — Nick? — Vide subito
che non si trattava né di Tommy né di Nick.
Le sagome scivolarono nello spiazzo fra le rocce di a'a.
"Non devo urlare" pensò Marty, sentendo il proprio coraggio colare via
con l'urina che gli scendeva lungo la gamba dei calzoni. "Non devo urlare.
Non è reale. È uno stupido scherzo, come quella volta che Tommy ha por-
tato alla mia festa di compleanno una puttana vestita da sbirro. Non devo
urlare." Mosse cautamente un passo indietro, a bocca spalancata, col respi-
ro ansimante.
Denti di squalo gli serrarono la caviglia.
Marty iniziò a urlare.
Quando iniziano le urla, Tommy e Nick hanno appena raggiunto i golf
cart. Tutt'e due si fermano e tendono l'orecchio. Il rumore del vento è forte,
lo schianto dei frangenti è assordante: di sicuro le urla sono acutissime, per
superare quel frastuono.
Tommy si gira verso Nick. — Cazzo, vuoi vedere che si è rotto una
gamba?
Nick si siede nel golf cart; schermato dal riflesso arancione del vulcano,
ora è cereo. — O forse è stato morsicato da un serpente.
Tommy toglie dal taschino il sigaro e lo stringe fra i denti. — Non ci so-
no serpenti nell'isola, sacco di merda. Prima scherzavo.
Nick lo fulmina con un'occhiata.
Tommy sospira e si avvia verso il labirinto di lava.
— Ehi — dice Nick. — Vai tra quelle merde di pecora?
Tommy si ferma proprio sul limitare della a'a. — Cosa suggerisci... lo
abbandoniamo?
Nick rifletté per un secondo. — E se andiamo a cercare aiuto?
Tommy fa una smorfia. — Già e poi torniamo e nel buio non lo trovia-
mo e voliamo a casa a dire a Connie e a Shirley che abbiamo lasciato
Marty là fuori a morire? No no. E poi, probabilmente il povero stronzo si
sarà solo incagliato in un buco fra le rocce o qualcosa del genere.
Nick annuisce, ma resta nel golf cart.
— Vieni? — dice Tommy. — O te ne resti lì e lasci che per il resto della
tua miserabile vita Marty ti consideri un fior di fichetta?
Nick rifletté per un minuto, annuisce tra sé, scende dal golf cart. Muove
qualche passo verso il campo di lava, torna al golf cart, prende una mazza
metallica e attraversa la fascia d'erba per raggiungere Tommy.
— A cosa ti serve quella merda?
— Non so — dice Nick. — Forse laggiù c'è qualcuno. — Ora dal campo
di lava non provengono urla.
— Già, c'è Marty.
— Qualcun altro, volevo dire.
Tommy scuote con disgusto la testa. — Guarda che questa è Hawaii,
non Newark. Se là c'è qualcuno, possiamo vedercela. — Cammina fra le
rocce, seguendo la pista che le scarpe da golf di Marty hanno lasciato sulla
sabbia bianca.
Qualche istante dopo, ricominciano le urla. Due voci, stavolta. Sul fair-
way non c'è nessuno che possa udirle e gli edifici del Mauna Pele sono so-
lo luci lontane nascoste dalle fronde di palma scosse dal vento. Il vento fi-
schia tra la porosa a'a. I frangenti si scatenano contro la spiaggia fuori vi-
sta.
Nel giro di un altro paio di minuti le urla cessano e solo il vento e i fran-
genti riempiono la notte di suoni simili a lamentosi richiami di spiriti dan-
nati.
2
Famosi sono i figli di Hawai'i
sempre fedeli alla terra
quando giunge il messaggero dal cuore maligno,
col suo avido attestato d'alterazione.
ELLEN WRIGHT PENDERGAST
Mele 'Ai Pohaku ("Canto Mangiapietre")
Su Central Park nevicava. Dal cinquantunesimo piano del suo grattacie-
lo, una torre d'acciaio, vetro e pietra, Byron Trumbo guardava la neve ve-
lare gli alberi dello Sheep Meadow, simili a neri scheletri, molto più in
basso, e cercava di ricordare quand'era stata l'ultima volta in cui aveva pas-
seggiato nel parco. Parecchi anni prima. Forse quando non aveva ancora
accumulato il suo primo miliardo. Sì, ora ricordava: era stata quattordici
anni fa, quando di anni lui ne aveva ventiquattro ed era appena arrivato in
città, inesperto e tronfio per i grandi guadagni con la S&L a Indianapolis,
pronto a dare l'assalto a New York. Ricordava d'avere alzato gli occhi ver-
so le torri che si stagliavano su Central Park e di essersi domandato in qua-
le di esse avrebbe avuto i propri uffici. In quel lontano giorno di primavera
non aveva neppure immaginato che si sarebbe fatto costruire il suo gratta-
cielo personale di cinquantatré piani, che avrebbe occupato con gli uffici
gli ultimi quattro e stabilito nell'attico la propria residenza.
I critici d'architettura definivano il grattacielo di Trumbo "quella mo-
struosità fallica"; tutti gli altri lo chiamavano "Big T". Alcuni avevano pro-
vato a chiamarlo Torre Trumbo, ma la somiglianza con l'edificio che pren-
摘要:

DANSIMMONSVULCANO(FiresOfEden,1994)aRobertBloch:cihainsegnatochel'orroreèsolouncuriosoingredientenellapiùvastacelebrazionedivita,amore,riso1EPelee!LaViaLatteagira.EPelee!Lanottecambia.EPelee!Ilrossobaglioreèsull'isola.EPelee!L'albarossaspunta.EPelee!Lalucedelsolegettaombre.EPelee!Ilbrontolioèneltuoc...

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